martedì 24 giugno 2008
"L'ISOLA DEI POETI ALL'ISOLA DEL CINEMA"
SABATO 28 GIUGNO 2008, ALLE ORE 19,30, INIZIA LA MANIFESTAZIONE DI POESIA "L'ISOLA DEI POETI", CHE QUEST'ANNO HA TROVATO SPAZIO ALL'INTERNO DELL'ISOLA DEL CINEMA, LA MANIFESTAZIONE DELL'ESTATE ROMANA DIVENUTA ORMAI UN APPUNTAMENTO IMPERDIBILE PER TUTTI GLI APPSSSIONATI DI CINEMA E CHE QUEST'ANNO FESTEGGIA I CENTO ANNI DALLA NASCITA DI ANNA MAGNANI. NELLO SPAZIO DELLA "TERRAZZA DEL CINEMA ITALIANO" LEGGERANNO LE LORO POESIE MARIO LUNETTA, MARCIA THEOPHILO, MARCO PALLADINI, ANNA MARIA FERRAMOSCA, FRANCESCO MUZZIOLI. VI ASPETTIAMO TUTTI!!!
lunedì 9 giugno 2008
Per "Le stanze del cielo" di Paolo Ruffilli.
Per “Le stanze del cielo” di Paolo Ruffilli.
“Fratelli umani, che dopo noi verrete,
non abbiate contro noi sì duro il cuore,
ché se pietà di noi poveri avrete,
ne avrà più presto di voi il Signore…”
Tale l’ 'incipit' dolente del lamento dell’impiccato, che al vento triste della stagione invernale si agita sull’albero della propria morte, nella “Ballata degli impiccati” di François Villon, invocando misericordia dai “fratelli umani”. Con la stessa 'pietas', quel misto di pietà e com-passione alla maniera di Leopardi, si china su questa umanità dolente Paolo Ruffilli, nella sua raccolta poetica “Le stanze del cielo”. Non diversamente passiamo, con le strazianti poesie della prima parte della raccolta di Paolo Ruffilli, da questi morti alla terra ai morti al mondo, ai reclusi in stanze senza cielo, mentre il loro cielo ideale non ha stanze, non ha celle, non ha chiavistelli, non ha clangore di sbarre, non ha nulla dell’universo cieco del “carcere di massima sicurezza”, come lo definisce la sicumera degli uomini, i “fratelli non umani” – forse così potremmo chiamarli – che poco si curano dei loro prigionieri. Con lo stesso tono alto e solenne, il condannato, che si fa coro tragico, interpretando il non detto dei molti, celati compagni, proferisce il suo infinito, rassegnato monologo, come sapendo che non riceverà alcuna risposta: il monologo infinito di un uomo disperato, dilaniato, un emarginato, uno sradicato.
Ruffilli si cala nel pozzo della solitudine di quest’uomo senza nome e senza volto, un 'inconnu' che riassume in sé la storia dei dispersi senza storia e si fa voce per loro, dà loro la parola incerta, tremante, mai accusatoria, quasi sommessa, quasi con un sottinteso di scuse, una richiesta d’ascolto umile, sussurrata su aride labbra che vogliono dire e non dire al tempo stesso, per il pudore che fa quasi reticente il parlante, il quale accenna appena all’abissale non-vita, nella prigione che sembra eterna, per poi ritrarsi negli ultimi due versi di ciascuna delle brevi poesie, che chiudono ermeticamente, a suggello – spioncino metallico, calato a fugare ogni tentativo di visibilità – l’angosciante e angosciato tentativo di dire.
I versi si scandiscono (e candiscono, abbacinanti, a illuminare la pagina, che pare emergere dalle atmosfere gelide della cella) contratti, non nella forma distesa dei decasillabi o degli endecasillabi di Villon, anzi rattrappiti per eccesso di ritegno, facendosi quasi emistichi, nella forma prediletta da Ruffilli, uno stentato fraseggio, modulato sull’empito del cuore, come un’extrasistole, mai del tutto aperto a denunciare ogni senso; al contrario, frenato dall’eccessivo bisogno di denuncia, come a rintuzzare troppe parole che urgono e intaserebbero il discorso. Nella poesia in limine, dall’apparente buonismo dei carcerieri (carcerati anch’essi, ma senza la stessa coscienza), che intervengono per dire la loro, aprendo la dolorosa recita, sulla condizione dei condannati, dannati a un inferno senza metafora, si passa alla risposta tranchant degli stessi, che respingono con un solo, lancinante verso, ogni tentativo di banalizzazione della loro condizione. La vera condanna è l’ “inerzia”, “il fresco della vita/già seccato e scolorito”, “la fiacca del malato”, la “direzione/ senza più ritorno”, il “sopravvivere/ a te stesso/sordo e muto/ a tutto il resto”. Le piccole cose del giorno diventano essenziali, i piccoli gesti necessari e vitali, le piccole immagini soli accecanti, mentre una montagna di dolore sembra seppellire ogni tentativo di sogno, di scavare anche soltanto nella mente gallerie, vie di fuga. Il tempo poi si rivela finalmente e tragicamente in tutta la sua inafferrabilità e indeterminatezza, “eternità presente”, mentre le immagini del mondo di fuori irrompono tra i sogni, più lancinanti del reale, oramai più lontano di ogni dove. “Inferno” è la parola che più di ogni altra spicca tra i versi, mentre la “fame della vita” lascia senza respiro, insieme alla nostalgia dell’amore, delle parole dei vivi, o del silenzio che protegge dal frastuono della terra. I “tetri cortili/dalle altissime mura” evocano il dipinto di Van Gogh, quella tragica “Ronda dei carcerati”, in cui il pittore profuse l’inenarrabile strazio dell’esistenza dei morti viventi, “in marcia collettiva/di mezz’ora”, dietro i colori graffiati dei mattoni, oltre cui si innalzano quasi indistinte due piccolissime farfalle, che si librano, e si liberano, ondeggiando verso un cielo che non si vede, ma c’è, perché comunque c’è un cielo, anche nel cieco della più oscura detenzione.
“Non c’è servizio religioso il giorno
In cui impiccano un uomo:
Il cuore del Cappellano è troppo triste,
O il suo volto è troppo pallido,
Oppure nei suoi occhi si legge quello
Che nessuno dovrebbe vedere.
Così ci tennero chiusi fino quasi mezzogiorno,
E poi suonarono la campana,
E i secondini con le loro chiavi tintinnanti
Aprirono ogni cella in ascolto,
E giù per la scala di ferro scendemmo,
Ciascuno dal suo inferno separato…”
Sono le quartine iniziali della “Ballata del carcere di Reading” di Oscar Wilde, che sperimentò l’atroce baratro della reclusione, per una condanna tanto insensata quanto ingiusta. Dalla “Ballata” di Villon, alla “Ballata” di Wilde non sono passati che quattrocento anni, appena un soffio nel tempo della Storia, un’eternità nella vita degli uomini, che non hanno imparato intanto a fare a meno di colpire col sangue il sangue dei “fratelli umani”. Ancora, nel tempo che viviamo, gli uomini non hanno imparato la pietà e così Paolo Ruffilli si fa voce degli ultimi, il triste “gregge/ rinchiuso nel recinto” che ha “un desiderio ardente/del fuori a tutti i costi/fino alla follia”, scava nelle vite nascoste, fa dire il ricordo del momento in cui avvenne “la colpa”, “l’inutile delitto”, quello “spartiacque” che ha deturpato per sempre il giorno, destinando al fondo del mondo il reietto. La Poesia è un risarcimento a tanta pena, la parola di chi, afasico nella lingua e nei sentimenti, non ha parola…
Non diversamente rifiutato, spazzato via dalla società, relegato in invisibili bassifondi, il “drogato”, l’uomo dalla “vita tagliata”, che non per curiosità, né per noia è precipitato, ma per scelta, sapendo bene di guadagnare un non differente abisso, guardando in faccia la sua vita “usa e getta”, senza tuttavia sfuggire a se stesso, in fuga ma senza incoscienza, anzi con la sapienza di chi insegue il vuoto assoluto, una specie di destino cercato, una “notte diversa/ da tutte le altre/notti al mondo”, “l’abisso inabissato/riempito dal suo crollo”. Senza mai nominare l’oggetto oscuro del desiderio, che pure è eternamente presente, una “lei” che si fa fame e sete, carne e sangue dell’uomo, la droga “ti si ficca dentro il corpo” e tutto si spegne, al confronto con la sua seducente luminosità, ogni cosa rimane per sempre sullo sfondo, nella noia sovrastante. Vero amore per il soccombente, amante senza scampo, inseguita come una donna troppo a lungo desiderata, ma al tempo stesso roba infetta, quasi una lebbra dell’anima, tanto da sentirsi senza di lei “squartato” in ogni parte del corpo, la droga innominata è quasi un male necessario, morbo inguaribile, che da un grammo di piacere regala “quintali di dolore/di vomito e di noia”. Ancora una volta, Ruffilli si fa voce del reietto, senza mai giudicare, né condannare, chinandosi a registrare con dolente partecipazione la struggente confessione, il monologo senza ragione come detto da un angolo abissale, da fuori del mondo ancora come nel carcerato, questo racchiuso tra mura concrete, quello tra mura invisibili ma altrettanto solide, affogato dentro una passione artificiale che dà una diversa identità e “ti fa credere onnipotente”, quando si nutre delle bugie e del niente. Fino alla chiusa lancinante, alla voglia di fuga, specialmente dall’infinita solitudine alla quale è destinato l’uomo dalla “vita tagliata”, che non riesce a smettere da solo, di drogarsi e di vivere…
In un mondo in cui sembra che la pietà sia morta, in questo nostro triste universo senza pace, che getta via i rifiuti come gli uomini, Ruffilli sembra voler recuperare proprio questi relitti umani e dare loro una dignità sconosciuta, dire per loro una preghiera laica, recitare l’estrema litania salvifica, la Poesia.
(Francesca Farina)
“Fratelli umani, che dopo noi verrete,
non abbiate contro noi sì duro il cuore,
ché se pietà di noi poveri avrete,
ne avrà più presto di voi il Signore…”
Tale l’ 'incipit' dolente del lamento dell’impiccato, che al vento triste della stagione invernale si agita sull’albero della propria morte, nella “Ballata degli impiccati” di François Villon, invocando misericordia dai “fratelli umani”. Con la stessa 'pietas', quel misto di pietà e com-passione alla maniera di Leopardi, si china su questa umanità dolente Paolo Ruffilli, nella sua raccolta poetica “Le stanze del cielo”. Non diversamente passiamo, con le strazianti poesie della prima parte della raccolta di Paolo Ruffilli, da questi morti alla terra ai morti al mondo, ai reclusi in stanze senza cielo, mentre il loro cielo ideale non ha stanze, non ha celle, non ha chiavistelli, non ha clangore di sbarre, non ha nulla dell’universo cieco del “carcere di massima sicurezza”, come lo definisce la sicumera degli uomini, i “fratelli non umani” – forse così potremmo chiamarli – che poco si curano dei loro prigionieri. Con lo stesso tono alto e solenne, il condannato, che si fa coro tragico, interpretando il non detto dei molti, celati compagni, proferisce il suo infinito, rassegnato monologo, come sapendo che non riceverà alcuna risposta: il monologo infinito di un uomo disperato, dilaniato, un emarginato, uno sradicato.
Ruffilli si cala nel pozzo della solitudine di quest’uomo senza nome e senza volto, un 'inconnu' che riassume in sé la storia dei dispersi senza storia e si fa voce per loro, dà loro la parola incerta, tremante, mai accusatoria, quasi sommessa, quasi con un sottinteso di scuse, una richiesta d’ascolto umile, sussurrata su aride labbra che vogliono dire e non dire al tempo stesso, per il pudore che fa quasi reticente il parlante, il quale accenna appena all’abissale non-vita, nella prigione che sembra eterna, per poi ritrarsi negli ultimi due versi di ciascuna delle brevi poesie, che chiudono ermeticamente, a suggello – spioncino metallico, calato a fugare ogni tentativo di visibilità – l’angosciante e angosciato tentativo di dire.
I versi si scandiscono (e candiscono, abbacinanti, a illuminare la pagina, che pare emergere dalle atmosfere gelide della cella) contratti, non nella forma distesa dei decasillabi o degli endecasillabi di Villon, anzi rattrappiti per eccesso di ritegno, facendosi quasi emistichi, nella forma prediletta da Ruffilli, uno stentato fraseggio, modulato sull’empito del cuore, come un’extrasistole, mai del tutto aperto a denunciare ogni senso; al contrario, frenato dall’eccessivo bisogno di denuncia, come a rintuzzare troppe parole che urgono e intaserebbero il discorso. Nella poesia in limine, dall’apparente buonismo dei carcerieri (carcerati anch’essi, ma senza la stessa coscienza), che intervengono per dire la loro, aprendo la dolorosa recita, sulla condizione dei condannati, dannati a un inferno senza metafora, si passa alla risposta tranchant degli stessi, che respingono con un solo, lancinante verso, ogni tentativo di banalizzazione della loro condizione. La vera condanna è l’ “inerzia”, “il fresco della vita/già seccato e scolorito”, “la fiacca del malato”, la “direzione/ senza più ritorno”, il “sopravvivere/ a te stesso/sordo e muto/ a tutto il resto”. Le piccole cose del giorno diventano essenziali, i piccoli gesti necessari e vitali, le piccole immagini soli accecanti, mentre una montagna di dolore sembra seppellire ogni tentativo di sogno, di scavare anche soltanto nella mente gallerie, vie di fuga. Il tempo poi si rivela finalmente e tragicamente in tutta la sua inafferrabilità e indeterminatezza, “eternità presente”, mentre le immagini del mondo di fuori irrompono tra i sogni, più lancinanti del reale, oramai più lontano di ogni dove. “Inferno” è la parola che più di ogni altra spicca tra i versi, mentre la “fame della vita” lascia senza respiro, insieme alla nostalgia dell’amore, delle parole dei vivi, o del silenzio che protegge dal frastuono della terra. I “tetri cortili/dalle altissime mura” evocano il dipinto di Van Gogh, quella tragica “Ronda dei carcerati”, in cui il pittore profuse l’inenarrabile strazio dell’esistenza dei morti viventi, “in marcia collettiva/di mezz’ora”, dietro i colori graffiati dei mattoni, oltre cui si innalzano quasi indistinte due piccolissime farfalle, che si librano, e si liberano, ondeggiando verso un cielo che non si vede, ma c’è, perché comunque c’è un cielo, anche nel cieco della più oscura detenzione.
“Non c’è servizio religioso il giorno
In cui impiccano un uomo:
Il cuore del Cappellano è troppo triste,
O il suo volto è troppo pallido,
Oppure nei suoi occhi si legge quello
Che nessuno dovrebbe vedere.
Così ci tennero chiusi fino quasi mezzogiorno,
E poi suonarono la campana,
E i secondini con le loro chiavi tintinnanti
Aprirono ogni cella in ascolto,
E giù per la scala di ferro scendemmo,
Ciascuno dal suo inferno separato…”
Sono le quartine iniziali della “Ballata del carcere di Reading” di Oscar Wilde, che sperimentò l’atroce baratro della reclusione, per una condanna tanto insensata quanto ingiusta. Dalla “Ballata” di Villon, alla “Ballata” di Wilde non sono passati che quattrocento anni, appena un soffio nel tempo della Storia, un’eternità nella vita degli uomini, che non hanno imparato intanto a fare a meno di colpire col sangue il sangue dei “fratelli umani”. Ancora, nel tempo che viviamo, gli uomini non hanno imparato la pietà e così Paolo Ruffilli si fa voce degli ultimi, il triste “gregge/ rinchiuso nel recinto” che ha “un desiderio ardente/del fuori a tutti i costi/fino alla follia”, scava nelle vite nascoste, fa dire il ricordo del momento in cui avvenne “la colpa”, “l’inutile delitto”, quello “spartiacque” che ha deturpato per sempre il giorno, destinando al fondo del mondo il reietto. La Poesia è un risarcimento a tanta pena, la parola di chi, afasico nella lingua e nei sentimenti, non ha parola…
Non diversamente rifiutato, spazzato via dalla società, relegato in invisibili bassifondi, il “drogato”, l’uomo dalla “vita tagliata”, che non per curiosità, né per noia è precipitato, ma per scelta, sapendo bene di guadagnare un non differente abisso, guardando in faccia la sua vita “usa e getta”, senza tuttavia sfuggire a se stesso, in fuga ma senza incoscienza, anzi con la sapienza di chi insegue il vuoto assoluto, una specie di destino cercato, una “notte diversa/ da tutte le altre/notti al mondo”, “l’abisso inabissato/riempito dal suo crollo”. Senza mai nominare l’oggetto oscuro del desiderio, che pure è eternamente presente, una “lei” che si fa fame e sete, carne e sangue dell’uomo, la droga “ti si ficca dentro il corpo” e tutto si spegne, al confronto con la sua seducente luminosità, ogni cosa rimane per sempre sullo sfondo, nella noia sovrastante. Vero amore per il soccombente, amante senza scampo, inseguita come una donna troppo a lungo desiderata, ma al tempo stesso roba infetta, quasi una lebbra dell’anima, tanto da sentirsi senza di lei “squartato” in ogni parte del corpo, la droga innominata è quasi un male necessario, morbo inguaribile, che da un grammo di piacere regala “quintali di dolore/di vomito e di noia”. Ancora una volta, Ruffilli si fa voce del reietto, senza mai giudicare, né condannare, chinandosi a registrare con dolente partecipazione la struggente confessione, il monologo senza ragione come detto da un angolo abissale, da fuori del mondo ancora come nel carcerato, questo racchiuso tra mura concrete, quello tra mura invisibili ma altrettanto solide, affogato dentro una passione artificiale che dà una diversa identità e “ti fa credere onnipotente”, quando si nutre delle bugie e del niente. Fino alla chiusa lancinante, alla voglia di fuga, specialmente dall’infinita solitudine alla quale è destinato l’uomo dalla “vita tagliata”, che non riesce a smettere da solo, di drogarsi e di vivere…
In un mondo in cui sembra che la pietà sia morta, in questo nostro triste universo senza pace, che getta via i rifiuti come gli uomini, Ruffilli sembra voler recuperare proprio questi relitti umani e dare loro una dignità sconosciuta, dire per loro una preghiera laica, recitare l’estrema litania salvifica, la Poesia.
(Francesca Farina)
domenica 1 giugno 2008
NOVITA' IMPORTANTI NEL CAMPO DELLA POESIA!!!
L'Estate Romana sarà di fuoco, in tutti i sensi!!! Soprattutto per quanto riguarda la POESIA!!! Intanto, ogni domenica verso le 11,00, alla Casina Valadier, posto delizioso (in cima alla Terrazza del Pincio) due poeti di gran nome si sfidano a colpi di versi. Oggi è toccato a Bianca Maria Frabotta e a Valentino Zeichen, che hanno letto le loro poesie, nonostante l'assenza del microfono, coinvolgendo il pubblico, comodamente seduto sulle poltroncine dell'angolo bar. Intorno, la grazia suadente dei pini a ombrello, che si dondolavano nell'ora alta del mattino; la frescura dell'acqua della fontana; il viavai discreto e lontano dei turisti che affollavano Villa Borghese, di cui Roma non si meraviglia mai, visto che da duemila e settecento anni qua passa di tutto...
Altro importante appuntamento, le serate all'ISOLA DEL CINEMA, presso l'ISOLA TIBERINA, l'unica isola di Roma, dove ci sarà lo spazio dell'ISOLA DEI POETI, a cui sono invitati quattro autori per sera, a partire dal 21 giugno 2008. A breve tutti i dettagli.
Anche quest'anno infine, domenica 29 giugno 2008, dalle ore 19,30, sempre all'ISOLA TIBERINA, per l'ottava volta (abbiamo superato il numero dei RE DI ROMA, se non contiamo Totti!) si terrà il LEOPARDI'S DAY, ossia la MARATONA DI POESIA in omaggio a Leopardi, nell'anniversario della sua nascita (29 giugno 1798-29 giugno 2008) con numerosi poeti che leggeranno testi per il grande Recanatese. PRENOTATEVI!!!
Altro importante appuntamento, le serate all'ISOLA DEL CINEMA, presso l'ISOLA TIBERINA, l'unica isola di Roma, dove ci sarà lo spazio dell'ISOLA DEI POETI, a cui sono invitati quattro autori per sera, a partire dal 21 giugno 2008. A breve tutti i dettagli.
Anche quest'anno infine, domenica 29 giugno 2008, dalle ore 19,30, sempre all'ISOLA TIBERINA, per l'ottava volta (abbiamo superato il numero dei RE DI ROMA, se non contiamo Totti!) si terrà il LEOPARDI'S DAY, ossia la MARATONA DI POESIA in omaggio a Leopardi, nell'anniversario della sua nascita (29 giugno 1798-29 giugno 2008) con numerosi poeti che leggeranno testi per il grande Recanatese. PRENOTATEVI!!!
domenica 25 maggio 2008
"L'ultima" di Ivan Paduano
Torniamo
al regno
tuo
regina
di ogni
goccia
del mio
liquido
spirito
ai campi
dove
i miei
occhi
contadini
sono caduti
sulla tua
pelle
e tra le dita
è scivolata
la mia
anima
come
in un sogno
che si ripete
ogni volta
che cerco
di posare
gli occhi
lontano
da te
ti sei
dipinta
su questa
fronte
e nemmeno
raschiando
via
la pelle
sei andata
via.
Ivan, oltre ad essere un mago del computer e autore tecnico del blog, un valentissimo architetto e un docente all'Università di Roma, sa anche tessere fili di poesia...
al regno
tuo
regina
di ogni
goccia
del mio
liquido
spirito
ai campi
dove
i miei
occhi
contadini
sono caduti
sulla tua
pelle
e tra le dita
è scivolata
la mia
anima
come
in un sogno
che si ripete
ogni volta
che cerco
di posare
gli occhi
lontano
da te
ti sei
dipinta
su questa
fronte
e nemmeno
raschiando
via
la pelle
sei andata
via.
Ivan, oltre ad essere un mago del computer e autore tecnico del blog, un valentissimo architetto e un docente all'Università di Roma, sa anche tessere fili di poesia...
Da "Preghiera metropolitana" di Elisabeth Jankowski
"himmlische Rose, Krone der Erde
rosa dei cieli, corona della terra
bitte fur uns
in der Stunde unseres Lebens
nell'ora della nostra vita
prega per noi"
(Edizioni Cierre Grafica, Verona, 2008, a cura di Flavio Ermini)
Elisabeth Jankowski, tedesca di origine, vive e lavora a Verona da molti anni. Insegna la lingua tedesca all'Università di Verona; fa parte della Comunità filosofica di Diotima a di Isthar (Ass. Donne italiane e straniere). E' studiosa della lingua materna e dell'insegnamento della lingua straniera. Allieva di Ida Travi, scrive poesia in lingua materna, ma anche in italiano; spesso cerca risonanze tra le due lingue. Fa parte del Gruppo laboratorio poetico "Poesia in corso".
P.S.Mi scuso per il mancato uso della dieresi nella parola "fur"(problemi tecnici).
rosa dei cieli, corona della terra
bitte fur uns
in der Stunde unseres Lebens
nell'ora della nostra vita
prega per noi"
(Edizioni Cierre Grafica, Verona, 2008, a cura di Flavio Ermini)
Elisabeth Jankowski, tedesca di origine, vive e lavora a Verona da molti anni. Insegna la lingua tedesca all'Università di Verona; fa parte della Comunità filosofica di Diotima a di Isthar (Ass. Donne italiane e straniere). E' studiosa della lingua materna e dell'insegnamento della lingua straniera. Allieva di Ida Travi, scrive poesia in lingua materna, ma anche in italiano; spesso cerca risonanze tra le due lingue. Fa parte del Gruppo laboratorio poetico "Poesia in corso".
P.S.Mi scuso per il mancato uso della dieresi nella parola "fur"(problemi tecnici).
ECCOMI!!!
Dopo ben quindici giorni riesco finalmente ad accedere di nuovo al mio carissimo blog!!! Non sapete quante cose incredibili sono accadute in queste due settimane di fuoco!!! "A parte l'abbandono/ dell'amore,/la restituzione/ dell'asino che prestai,/e tutti i segreti/sassi restanti..."(versi di Sebastiano Farina, da "FRAMAS", Angelo Mastria Service, 1998), è cambiato il Mondo immondo!!! Un altro Governo, "un altro mese, un'altra vita, un'altra luna piena..." (Gabriella Ferri che canta), un alto Pianeta devastato dalla Globalizzazione, cioè dal Capitalismo globale sempre più assassino, dal Consumismo globale sempre più cieco, dall'Immondezzaio globale sempre più devastante!!! I nuovi (o vecchi) quattro cavalieri dell'Apocalisse!!! Ma voi quanto siete apocalittici e quanto integrati? O rassegnati? O disperati? Fatevi sentire!!! Vi segnalo la straordinaria prossima (tra giugno e luglio 2008)Rassegna Poetica all'ISOLA DEL CINEMA, con l'ISOLA DEI POETI, e l'OTTAVO LEOPARDI'S DAY, in cui festeggeremo l'anniversario della nascita (1798-2008)di Giacomino, detto anche Muccio o Mucciaccio (dai familiari)!!! PREPARATE I TESTI!!!
mercoledì 7 maggio 2008
Presentazione "Metamorphoseon" di Francesca Farina
Lunedì 12 maggio, alle ore 17,30, presso il suggestivo spazio "ALEPH" di Giulia Perroni e Luigi Celi, vicolo del BOLOGNA, 72, Roma (TRASTEVERE) sarà presentato il mio libro di poesie "METAMORPHOSEON" (EDITORI ASSOCIATI di Giorgio Cortellessa, www.editoriassociati.it) con l'intervento critico d'eccezione a cura di Claudia Pagan e Domenico Alvino e le letture di Giulia Perroni. Vi aspetto tutti, anche perché in contemporanea sarà inaugurata la mostra fotografica di Vincenza Salvatore, bravissima fotografa, che ha scattato migliaia di fotografie a tutti i poeti di Roma e oltre! Il tema delle sue foto questa volta sono i "Parchi e le ville di Roma". Non potete mancare!!!
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