domenica 5 febbraio 2012

"SPAZI", UNA POESIA DI ANTONIO SPAGNUOLO

Spazi –

Ho rincorso le veglie per non impazzire
tra le stanze e gli spazi che vuotano il tempo,
in questo scorrere di giorni,
e l’incontro ancora come un ladro incallito
fra le moine graziose della tua stagione.
Tutti quei segni che fingevano le note
avvolte nella pigrizia,
quello strano connettersi alle mani,
quando il profumo aveva gesti
per aggiungere al sonno il fiducioso
rintocco di campane.
tra gli angoli delle vecchie case
nascoste e sempre ardenti.
Svolgo ancora incertezze
tra le zone del grigio ed il riverbero
delle illusioni, al respiro che cadenza
gli strappi del ricordo, le sbiadite tracce
di lunghi mormorii,
allucinazioni
che sfidavano giorni alla deriva….
Quando ogni magia è svanita
ho conservato per le nuove pretese
le tue labbra a soccorrere finzioni,
a disvelare gli improvvisi ritrovi dell’amore,
con le fertili zolle e il luccichio
di sicuri ritorni, quasi incandescenti.
*
Antonio Spagnuolo
*

martedì 31 gennaio 2012

DUE POETI DA LEGGERE: PAOLO RUFFILLI E ALDA MERINI

ALDA MERINI “POESIE E SATIRE”, a cura di Giuseppe Zaccaria, Giulio Einaudi Editore, Torino 2011.

CARNI IMPASTATE D’AMORE E TERRORE.


Un umanissimo dolore, senza rabbia, senza rancore, senza alcuna rivendicazione intride le carni aperte, squartate della poesia di Alda Merini, versi come carni dilaniate esposte al sole crudele del ludibrio, alla sua stessa impietosa analisi di donna carnale e spirituale, che dall’abisso del piacere trae materia per l’anima immortale e calpestata; dalle cancellate odorose di urina del carcere della vita trae materia per il suo canto rauco; dalla voragine della memoria che si sfalda, magari per colpa di “pillole micidiali” trae i macigni di parole da scagliare in faccia al mondo; continuamente a caccia d’amore come una belva affamata; continuamente pronta a dare amore come vittima sacrificale che si offre su tutti gli altari; continuamente prostrata a terra come orante di fronte a un Dio sconosciuto; continuamente in colpa come la madre che ha ucciso i propri figli; continuamente pronta ad espiare, se solo capisse qual è il suo delitto; continuamente avida d’amicizia sempre negata, mentre la follia sta sulla soglia della sua esistenza, sempre pronta a schiacciarla; continuamente terrorizzata dalla prigione del corpo e dell’anima.
Sullo sfondo della sua vicenda poetica, nelle poesie delle “Satire” e nelle prose raccolte sotto il titolo di “Racconti da cortile” i personaggi della sua Ripa Ticinese, dove Alda Merini viveva, creature umili e disgraziate come lei – ma prive del bene e della condanna della poesia – l’oste, il pittore, la pazza, il giornalaio, la prostituta, l’ubriacone, la siciliana, il cornuto, la bella, tutti affratellati a lei nell’infelicità, nel sorriso sghembo, nel destino lercio; e ancora la sua città, la Milano dove “si muore”, “un ingranaggio che ti prende ti stritola ti attacca al lavoro a catena e ti rende un numero”, che rende folli i poeti e salva la poeta soltanto con l’amore.
(FRANCESCA FARINA)

“IL GOBBO” DI ALDA MERINI.


DALLA SOLITA SPONDA DEL MATTINO
IO MI GUADAGNO PALMO A PALMO IL GIORNO
IL GIORNO DALLE ACQUE COSI’ GRIGIE
DALL’ESPRESSIONE ASSENTE…
IL GIORNO IO LO GUADAGNO CON FATICA
TRA LE DUE SPONDE CHE NON SI RISOLVONO
INSOLUTA IO STESSO PER LA VITA
E NESSUNO MI AIUTA…
MA VIENE A VOLTE UN GOBBO SFACCENDATO,
UN SIMBOLO PRESAGO DI ALLEGREZZA
CHE HA IL DONO DI UNA STRANA PROFEZIA
E PERCHE’ VADA INCONTRO A UNA PROMESSA
LUI MI TRAGHETTA SULLE PROPRIE SPALLE.








“AFFARI DI CUORE” DI PAOLO RUFFILLI , GIULIO EINAUDI EDITORE, TORINO 2011.


NEL SUO NUOVO LIBRO, DI NUOVO NEL VERSO BREVE E LANCINANTE, LA MISURA CHE GLI E’ PIU’ PROPRIA, PAOLO RUFFILLI SI ESERCITA SU UN TEMA ANTICO E NUOVISSIMO, DEVASTANTE ED ESALTANTE, L’AMORE-PASSIONE, L’AMOUR-FOU DELLA TRADIZIONE PROVENZALE, SECOLARE E SEMPRE ATTUALE. SI POTRA’ DIRE QUALCOSA DI ORIGINALE, CI DOMANDIAMO, INTORNO AD UN ARGOMENTO TANTO VIETO, ABUSATO ADDIRITTURA, UTILIZZANDO MODI SINGOLARI? PAOLO RUFFILLI RIESCE BENISSIMO A DARE FORMA ALL’INFORME PER ECCELLENZA, IL SENTIMENTO, IL DESIDERIO, IL PIACERE, SIA DAL PUNTO DI VISTA METRICO, CON L’USO DI UN RITMO SFRENATO COME L’ECCITAZIONE E IL COINVOLGIMENTO DEI SENSI, SIA DAL PUNTO DI VISTA DEL CONTENUTO, MATERIA INCANDESCENTE CHE SA MANEGGIARE CON ESTREMA CURA E PERIZIA.
IN REALTA’, LE RIME, LA MUSICALITA’ FREMENTE DEI VERSI, GLI ICTUS INASPETTATI, LE CESURE E GLI ENJAMBEMENTS STRAORDINARI, DISATTESI, COME EXTRASISTOLI CHE SCONVOLGONO IL CUORE, CI DANNO LA DIMENSIONE DELL’IMPALPABILE, DELL’IMPONDERABILE, DELL’EROTISMO CHE CORRE SUL FILO DEL RASOIO, SEMBRA PRECIPITARE AD OGNI PASSO NELLA PORNOGRAFIA, SESSO E NIENT’ALTRO CHE SESSO SENZA REMORE E SENZA REGOLE, MA CHE SI FERMA SEMPRE AL DI QUA DEL NULLA CHE ESSA E’, PER DIVENTARE IL TUTTO CHE E’ L’AMORE.
LA NOIA DELLA PORNOGRAFIA CEDE ALL’EMPITO, SEMPRE RINNOVATO E SEMPRE SPENTO PER RINNOVARSI ANCORA, DEL DESIDERIO SUSCITATO DA UN ODORE, DA UNO SGUARDO, DALLO SQUARCIO ABBAGLIANTE DI UN PARTICOLARE DEL CORPO AMATO, CONTINUAMENTE RIVISSUTO DAL RICORDO, PRESENTE E SFUGGENTE COME LA VITA STESSA.
IL SERPENTE DEI VERSI CHE SI INSEGUONO DALL’INIZIO ALLA FINE DI CIASCUNA POESIA, IN SPIRALI VELOCISSIME E SEMPRE PIU’ STRETTE, L’ONDA FREMENTE DELLE PAROLE CHE DILAGANO FINO ALLA CHIUSA FULMINANTE IN CUI SEDIMENTA E SI CONDENSA, PROPRIO COME UN PRECIPITATO CHIMICO, TUTTO IL SENSO DEI TESTI, RIVELANDOSI COME UN ABBAGLIAMENTO DELL’ANIMA ALL’ULTIMO VERSO, OGNI COSA DETERMINA, CON EFFETTO DI CRUDELE VERITA’ E ATROCE DOLCEZZA, LA CONCRETEZZA DELLA VICENDA AMOROSA, CHE IMPRIME DI SE’ COME UN SIGILLO LE PAGINE AFFATTURATE.
IL BOB DELLE PAROLE SCHIZZA VELOCISSIMO SULLA PISTA DI NEVE DELLA PAGINA – E IL POETA CI CONDUCE CON SE’, SENZA SCAMPO, MENTRE TRATTENIAMO IL FIATO, PAUROSI ED INCANTATI AL TEMPO STESSO – TRAVOLGENDO OGNI COSA, PERFINO LA NOSTRA INCREDULITA’ DI FRONTE A TANTA SPUDORATEZZA, A TANTO PUDORE CELATO DA UNA RITROSIA TANTO PIU’ ECCITANTE QUANTO MENO EVIDENTE; CORRE, COME ABBANDONATO A SE STESSO, MOSSO DALLA FORZA INTERNA DEL SENSO, SUSCITANDO SCHEGGE DI GHIACCIO E SCINTILLE DI FUOCO FINO ALLA FINE, STRIDENDO E TEMPRANDOSI, COME FA IL FERRO INCANDESCENTE, MESSO DAL FABBRO A CONTATTO CON L’ACQUA, LEVANDO COSI’ ALTE SCINTILLE DA METTERSI IN GARA CON LE STELLE.

(FRANCESCA FARINA)







NELL’ASCENSORE.


SOGNAVO DI SFIORARTI
UN GIORNO, PRIMA O POI,
NELL’ASCENSORE:
SERRARTI FORTE CONTRO LA PARETE,
STROZZARTI LA VOCE SULLE LABBRA
E TUTTO PER NON PIU’
DI UN INTERMINABILE SECONDO,
A TOGLIERMI LA SETE
IN QUEL DISCENDERE VELOCE
DENTRO IL FONDO.
E, MENTRE CONTINUAVO
NEL MIO SOGNO
PIU’ VOLTE GIA’ COSI’ SOGNATO,
MAGARI PER L’EFFETTO
DEL MIO DESIDERATO
SEI TU CHE DI TRAVERSO
SULLE PORTE, PASSANDO,
MI HAI BACIATO.

lunedì 16 gennaio 2012

Nota bio-bibliografica della poetessa Amoà Fatuiva.

Nota bio-bibliografica dell'autrice.
Amoà Fatuiva è lo pseudonimo di Annarita Bianchini, nata ad Avezzano, capoluogo della Marsica, viaggiatrice ed amante della poesia orale orientale. Ha studiato psicologia all’Università “La Sapienza” di Roma.
Ha pubblicato “Bellezza remota” , “Seni di cristalli” ed “Orizzonti impazziti”.
Ha curato, insieme a Gëzim Hajdari, l’antologia “Dove le parole non si spezzano” del maggior poeta filippino Gémino H. Abad, tradotto per la prima volta in italiano.

una poesia di Amoà Fatuiva...

da “Bellezza remota”, EksæTra Editore 2004

*
Chi sei veramente
mio straniero?
I tuoi occhi
labirinti senza via d’uscita
il tuo cuore ricoperto di spine
invalicabile
Profumi di lampi e di tuoni
come un grido sordo
profumi di nostalgie
che ti scavano il volto e l’anima.
Chi eri una volta?
Il tuo tremito mi sgomenta.

domenica 8 gennaio 2012

GIORNATA DELLA MEMORIA 27 GENNAIO 2012

ANCHE QUEST'ANNO, IN OCCASIONE DELLA COMMEMORAZIONE DELLA LIBERAZIONE DI AUSCHWITZ, STO ORGANIZZANDO IN COLLABORAZIONE CON IL CENTRO EBRAICO PITIGLIANI UNA MARATONA DI POESIA PER LA GIORNATA DELLA MEMORIA, PER NON DIMENTICARE LA SHOA, L'ORRORE DEL NOVECENTO NAZISTA, LA TRAGEDIA PIU' DEVASTANTE DELL'UMANITA'. TRENTA POETI LEGGERANNO I PROPRI TESTI SU QUESTO DOLOROSO TEMA, CHE NON DOBBIAMO CANCELLARE DALLA MEMORIA, COME SI STA CERCANDO DI FARE, DA DIVERSI ANNI, ORMAI, IN TUTTA L'EUROPA E IN GERMANIA E ITALIA IN PARTICOLARE...PARTECIPATE!!! TRA QUALCHE GIORNO I DETTAGLI SU QUESTO BLOG. MANDATEMI UNA MAIL SE VOLETE ESSERE INCLUSI NELL'ELENCO DEI PARTECIPANTI.

domenica 30 ottobre 2011

RIECCOMIIII!!!! DOPO PIU' DI UN ANNO DI NUOVO CON VOI!!!!

GRAZIE AL MAGO DEL COMPUTER IVAN PADUANO, POSSO NUOVAMENTE RIACCEDERE AL MIO BLOG ED AGGIORNARLO CON LE NOTIZIE SULLA POESIA, LA LETTERATURA, L'ARTE, IL CINEMA, LA MUSICA, I MIEI GIORNI, I NOSTRI GIORNI!!!

INTANTO VI INVITO TUTTI alla NUOVA MARATONA DI POESIA PER PASOLINI CHE SI SVOLGERA' PRESSO L'ALEPH. ECCO I DETTAGLI:

ALEPH, VICOLO DEL BOLOGNA, 72, ROMA TRASTEVERE
GIULIA PERRONI E LUIGI CELI PRESENTANO

Mercoledì 2 novembre 2011, ore 18,30


SERATA PASOLINI
A CURA DI FRANCESCA FARINA

MARATONA DI POESIA IN OMAGGIO A
PIER PAOLO PASOLINI
NELL’ANNIVERSARIO DELLA SCOMPARSA
(2 NOVEMBRE 1975-2 NOVEMBRE 2011)

CON I POETI

PAOLO ARCERI LUCIANNA ARGENTINO SILVANA BARONI
LUCA BENASSI TOMASO BINGA MARIA GRAZIA CALANDRONE
MARIA CLELIA CARDONA PAOLO CARLUCCI
SIMONE CARUNCHIO ALIDA CASTAGNA EMANUELA CELI
LUIGI CELI TATIANA CIOBANU
TIZIANA COLUSSO CHIARA D’APOTE SARA DAVIDOVICS
GABRIELLA DI TRANI FRANCO FALASCA FRANCESCA FARINA
AMOA’ FATUIVA GEZIM HAJDARI, LIDIA GARGIULO
CARLA GUIDI IOLANDA LA CARRUBBA
FRANCESCO LIOCE UGO MAGNANTI DONATELLA MEI
ENRICO MELONI FARAON METEOSES OLGA OLINA
PLINIO PERILLI GIULIA PERRONI
ROBERTO PIPERNO MARINA PIZZI ROSSELLA POMPEO
ELENA RIBET DOMENICO SACCO EUGENIA SERAFINI
THEREZINA SIQUEIRA TEIXEIRA
GIUSEPPE SPINILLO MARISA TOLVE LUCIANA VASILE
SIMONE ZAFFERANI








SERVIZIO VIDEO-FOTOGRAFICO A CURA DI VINCENZA SALVATORE




rosafrancefarina@fastwebnet.it

domenica 18 luglio 2010

Il poema "MALDILUNA" DI GEZIM HAJDARI... avete mai letto qualcosa di altrettanto tremendamente bello?

Gëzim Hajdari

"MALDILUNA"

"Io, Gëzim Hajdari
(creazione di tremule ombre notturne,
errante maledetto delle sacre dimore),
confesso davanti agli dei,
ai templi e all’oblìo.
Confesso davanti ai campi abbandonati della patria
e ai fuochi dell’Inferno:
sono maschera della mia maschera,
e ciò che ho scritto sono fandonie,
non sono stato io
ma un indegno delirante,
chiuso in una stanza sgombra.
Giuro e scomunico i miei versi maledetti
ovunque siano
e chiedo perdono ai pazienti lettori
per averli ingannati
con il mio fango.

Che possano cadere tutti i fulmini del cielo
e l’ira dei demoni su di te,
Cerbero possa giudicare la tua anima tenebrosa
tra le fiamme impietose.
Hai perso la nostra fiducia
nelle paludi invernali vagherà la tua ombra orfana
come uno spirito maligno,
che tu non possa trovare mai pace sulla terra degli uomini!
Piogge cadranno, nevi e melma dall’alto,
soffieranno venti gelidi sulla tua Parola,
fiumi neri cancelleranno il tuo nome.
Con polvere e pietre copriremo le tue orme passo per passo
e con l’oblio sarai condannato
dalla tua stirpe!

O stagioni finte con fiori di ginestre e profumo di viole
nei cespugli in primavera
dove il passero gioioso insegue il cuculo,
rosa canina,
petali di papaveri
caduti nella terra del crimine,
sentieri con fischi di vipere.
O anni persi nei ruderi di merli e civette,
labirinti oscuri e tremendi dove ho errato
come un monaco mesto
per tutto questo tempo,
in nome di un Padre che non si è fatto mai uomo.
O bei giorni consumati invano
(in una patria castrata)
lanciando sassi controvento
e scrivendo con la punta del coltello sulla mia carne
canti d’amore e di pena.
O vortici di sogni incantevoli
che continuate ad uccidere poeti ingrati
senza una guerra, né una goccia di sangue.
Io, ombra della mia ombra,
condannato all’esilio per un altro esilio
bestemmio il mondo
e sputo in faccia al Dio ipocrita e crudele,
ho amato solo il mio terrore e non il canto dell’uomo.

Ma tu, mia vecchiarella,
continui a volermi bene come sempre,
nomina il mio nome come facevi ogni sera
nella piccola e umida casetta di campagna
e non dar retta a quel che scrivo.
Sgomento è il mio cervello,
avvelenati i miei pensieri,
e se in un’alba m’impiccassi,
sarà per una vergine puttana
per un poeta la vita conta poco,
è la morte che vale.
Ho deciso di svendere questa vita
in cambio di uno squallido poema,
ma tu, grazia il tuo figlio prediletto
che amava gli alberi
stretti l’uno all’altro.
Ritornerà il mio nome
e busserà ad ogni crepuscolo alla tua porta
come un uccello che cerca di ripararsi dalla pioggia,
come un fragile amante pentito.

Sia castigato il tuo verbo maledetto in tutto il regno dei vivi
e che sia impedito al tuo seme di fiele di attecchire
nella terra di Adamo,
pèntiti del peccato orribile
e che Dio misericordioso ti assolva!

Sono vissuto sempre in mezzo ai miei simili
solitario ed estraneo ad essi,
affascinato dalla mia follia
e dagli occhi teneri degli uccelli,
celebrando le mie ceneri oscure e chiare
sotto la luce di una luna spaventata,
testimone di atroci delitti.
Come un assassino in fuga,
attraversando regioni di neve,
rivendicavo a piena voce nel silenzio cieco e macabro
il mio potere .
Ridi tu, valle,
e nascondi il mio panico,
sorgi tu, collina
e copri il mio terrore,
germoglia tu, stagione funebre
e distruggi i miei sogni veggenti.
Con il pettirosso del cortile
che m’insegue nel bagliore del ghiaccio
divido il tormento
in questo autunno pallido.
Nessuno crede alla mia gioia,
i giorni per me sono cieli chiusi di pietre
e le notti paradisi di orge.
I primi che ho conosciuto nell’infanzia
furono i falchi nella mia collina,
si nutrivano delle allodole dei prati
ed io mi beavo ai pianti delle vittime,
mettevo in testa corone di ginestre
e passavo davanti alla battaglia dei predatori
come un re vincitore.
Chi non applaudiva con me era un vigliacco,
questo sono io,
ho adorato i volti sorridenti dei tiranni
ed ho odiato prima di amare.
Avanzate miei amori crudeli
mordete la mia carne innocente
lapidate con pietre i miei occhi castani
incendiate la mia angoscia,
finchè vengano placati i miei gemiti
e sia fatta la vostra volontà malvagia.
Che aspettate,
inchiodatemi con le mie Parole
fino al sangue
flagellatemi il corpo con i miei versi,
impiccate il mio cuore rosso
ai rami
prima che io corvo dei corvi
entri nelle vostre vene
a bere del vostro sangue impuro,
per risorgere mostro.

Oh, cose inaudite e blasfeme ascoltiamo
in questa notte di stelle gelide,
mentre canta il primo gallo rivolto ad Oriente:
morirai lontano dalla tua terra oscura,
distrutto dal dolore dell’esilio immenso,
spine mortali cresceranno dalle tue ceneri.

Sono uno straniero di passaggio,
nulla rimpiango del tuo regno di perdizione,
un altro destino rivendico.
Conosco i segreti della vita infedele
come l’arma il proprio delitto,
non c’è veleno che calmi la mia pazzia
donatami dal Padre
prima che diventassi
figlio di cannibali
nel deserto promesso.
Accoltellato dai fedeli
in una notte fonda
di comunione
e tradimento,
mostro alla gente la mia ferita che sanguina:
desiderio del mistero voluto.

Dal giorno che ho perso Atlantide,
erro senza meta nelle strade e nei campi
con la mia ossessione nelle mani
e maldiluna,
incendiando
alfabeti,
eros,
addii.
Oblìo del Tempo, salvami.
So quel che faccio mio Dio
e non chiedo grazia a nessuno,
io contadino di capre,
abitante di ex cooperative agricole di buio e tuoni,
che un tempo correva dietro alle stagioni e alle ombre,
non obbedisco al Tuo Disordine,
ben venga il rogo
e questi versi come castigo dell’Eterno.

(da Poesie scelte, 1990 – 2007, Edizioni Controluce, 2008)